Ricordando Pirandello: 150 anni dello scrittore siciliano

Posso proprio dirlo: Palermo si è concessa un bel momento di discussione e di memoria letteraria. A 150 anni dalla nascita di Luigi Pirandello, l’unico scrittore italiano del Novecento famoso in tutto il mondo, come scrive Luperini, una rete organizzativa efficace ha permesso la realizzazione del convegno Pirandello e le Sicilie, della durata di quasi tre giorni, dal 28 al 30 Novembre 2017, il cui programma ruotava attorno ai diversi aspetti della vita e dell’opera del e sul drammaturgo siciliano. Ben sedici personalità sono intervenute soffermandosi sugli aspetti letterari dell’opera omnia pirandelliana, come su quelli linguistici ed etnicodialettologici, aprendo nuove prospettive a tutti noi ascoltatori del pubblico, studenti e non. E’ stata per me un’esperienza interessante e molto costruttiva, per questo ho pensato che fosse doveroso ricordare anche in questa sede il nome di Pirandello attraverso qualche accenno alla grandezza di un autore fondamentale per la nostra letteratura – e per la nostra Sicilia.

Quanto a qualche notizia biografica, non mi dilungherò, data la fama di Pirandello, nato a << Girgenti >> il 28 giugno 1867: ci basti ricordare l’importanza dell’ambiente siciliano, di quello tedesco e di quello romano, che hanno influenzato fortemente la sua formazione e, di conseguenza, la sua produzione. A sua volta, Pirandello segnò molto l’immaginario novecentesco, i suoi costumi e, generalmente, si addentrò un po’ negli usi della vita quotidiana. Basti pensare a termini quali “pirandelliano” e “pirandellismo”, la diffusione dei quali rende evidente il fatto che – scrive Nino Borsellino – “il nome, Pirandello, ormai non designa soltanto un autore ma anche un soggetto di identificazione collettiva, ovviamente d’ambito culturale”.

Probabilmente una delle cose che ci è rimasta più impressa della sua opera, anche attraverso reminiscenze scolastiche, è la sua distinzione sottile fra la “maschera” e la cosiddetta “maschera nuda”, o meglio tra persona e personaggio, differenza che si spiega in questo passo esaustivo tratto dal Luperini – Cataldi – Marchiani – Marchese:

Persona significa in latino “maschera d’attore” e indica il ruolo recitato sulla scena. In italiano questa parola significa invece “l’essere umano nei rapporti sociali, in quanto soggetto cosciente di sé, moralmente autonomo, capace di diritti e di doveri”, e dunque, in quanto essere libero e responsabile, capace di compiere il bene o il male. In altri termini, oggi “persona” indica l’integrità dell’individuo, visto come unità intellettuale, morale e psicologica. La psicoanalisi ha messo in crisi questo concetto di << persona >>, mostrando come il soggetto è sempre, nel profondo, scisso e contraddittorio. Ma nella vita pubblica, nella responsabilità civile e penale, è necessariamente rimasto il concetto di << persona >>, che deve rispondere come un tutto integro di ciò che fa. Comunemente il termine << personaggio >> indica uno dei protagonisti di un dramma, di una commedia, di un poema, di un romanzo o di una novella. Dunque il “personaggio” recita una parte in un mondo di finzione. (…) Per Pirandello gli uomini non sono più persone, cioè soggetti integri, coerenti, compatti, ma personaggi, in quanto costretti a recitare una parte all’interno della commedia sociale. (…)

Pirandello fa emergere un contrasto profondo fra la << forma >> e la << vita >>, fra la necessità di agire correttamente e coerentemente in un mondo di leggi civili, di ideali, di valori e di associazionismo e l’incontenibile pulsione del caos vitale che abbiamo dentro e che, per quelle stesse norme autoimposte, viene repressa e schiacciata. Questa contraddizione topica di ogni uomo ha spinto l’autore a pensare che tutti recitiamo una parte, come se fossimo dei veri attori che, al posto di vivere, preferiscono “guardarsi vivere”. Dunque possiamo dire che l’arte umoristica di Pirandello scinde ancora di più l’umana esistenza, scava nel profondo e scompone ogni parte, riflettendo sul senso stesso di una vita così vissuta e rivelando quelle discromie che spesso teniamo nascoste anche a noi stessi. In relazione a questo pensiero, così attuale e così profondo e grave, oggi vi propongo un passo esaustivo dell’autore, tratto dal saggio L’umorismo (parte seconda, cap. V):

 

umorismo_33

 

La vita è un flusso continuo che noi cerchiamo d’arrestare, di fissare in forme stabili e determinate, dentro e fuori di noi, perché noi già siamo forme fissate, forme che si muovono in mezzo ad altre immobili, e che però possono seguire il flusso della vita, fino a tanto che, irrigidendosi man mano, il movimento, già a poco a poco rallentato, non cessi. Le forme, in cui cerchiamo d’arrestare, di fissare in noi questo flusso continuo, sono i concetti, sono gli ideali a cui vorremmo serbarci coerenti, tutte le finzioni che ci creiamo, le condizioni lo stato in cui tendiamo a stabilirci. Ma dentro di noi stessi, in ciò che noi chiamiamo anima, e che è la vita in noi, il flusso continua, indistinto, sotto gli argini, oltre i limiti che noi imponiamo, componendoci una coscienza, costruendoci una personalità. In certi momenti tempestosi, investite dal flusso, tutte quelle nostre forme fittizie crollano miseramente; e anche quello che non scorre sotto gli argini e oltre i limiti, ma che si scopre a noi distinto e che noi abbiamo con cura incanalato nei nostri affetti, nei doveri che ci siamo imposti, nelle abitudini che ci siamo tracciate in certi momenti di piena straripa e sconvolge tutto. Vi sono anime irrequiete, quasi in uno stato di fusione continua, che sdegnano di rapprendersi, d’irrigidirsi in questa o in quella forma di personalità. Ma anche per quelle più quiete, che si sono adagiate in una o in un’altra forma, la fusione è sempre possibile: il flusso della vita è in tutti. E per tutti però può rappresentare talvolta una tortura, rispetto all’anima che si muove e si fonde, il nostro stesso corpo fissato per sempre in fattezze immutabili. Oh perché proprio dobbiamo essere così, noi? – ci domandiamo talvolta allo specchio, – con questa faccia, con questo corpo? – Alziamo una mano nell’incoscienza; e il gesto ci resta sospeso. Ci pare strano che l’abbiamo fatto noi. Ci vediamo vivere. Con quel gesto sospeso possiamo assomigliarci a una statua; a quella statua d’antico oratore, per esempio, che si vede in una nicchia, salendo per la scalinata del Quirinale. Con un rotolo di carta in mano, e l’altra mano protesa a un sobrio gesto, come pare afflitto e meravigliato quell’oratore antico d’esser rimasto lì, di pietra, per tutti i secoli, sospeso in quell’atteggiamento, dinanzi a tanta gente che è salita, che sale e salirà per quella scalinata! In certi momenti di silenzio interiore, in cui l’anima nostra si spoglia di tutte le finzioni abituali, e gli occhi nostri diventano più acuti e più penetranti, noi vediamo noi stessi nella vita e in sé stessa la vita, quasi in una nudità arida, inquietante; ci sentiamo assaltare da una strana impressione, come se, in un baleno, ci si chiarisse una realtà diversa da quella che normalmente percepiamo, una realtà vivente oltre la vista umana, fuori delle forme dell’umana ragione. Lucidissimamente allora la compagine dell’esistenza quotidiana, quasi sospesa nel vuoto di quel nostro silenzio interiore, ci appare priva di senso, priva di scopo, e quella realtà diversa ci appare orrida nella sua crudezza impassibile e misteriosa, poiché tutte le nostre fittizie relazioni consuete di sentimenti e d’immagini si sono scisse e disgregate in essa. Il vuoto interno si allarga, varca i limiti del nostro corpo diventa vuoto intorno a noi, un vuoto strano, come un arresto del tempo e della vita, come se il nostro silenzio interiore si sprofondasse negli abissi del mistero. Con uno sforzo supremo cerchiamo allora di riacquistar la coscienza normale delle cose, di riallacciar con esse le consuete relazioni, di riconnetter le idee, di risentirci vivi come per l’innanzi, al modo solito. Ma a questa coscienza normale, a queste idee riconnesse, a questo sentimento solito della vita non possiamo più prestar fede, perché sappiamo ormai che sono un nostro inganno per vivere e che sotto c’è qualcos’altro, a cui l’uomo non può affacciarsi, se non a costo di morire o d’impazzire. È stato un attimo; ma dura a lungo in noi l’impressione di esso, come di vertigine, con la quale contrasta la stabilità, pur così vana, delle cose: ambiziose o misere apparenze. La vita, allora, che s’aggira piccola, solita, fra queste apparenze ci sembra quasi che non sia più per davvero, che sia come una fantasmagoria meccanica. E come darle importanza? come portarle rispetto?

 

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