#riverberodipoesia: Arthur Rimbaud

Questa domenica si cambia rotta: ci spostiamo in Francia per parlare di uno dei così chiamati “poeti maledetti”, uno dei più grandi scrittori che hanno aperto la strada alla poesia moderna e al suo nuovo linguaggio, Arthur Rimbaud.
Il testo di riferimento da cui ho tratto le informazioni e la poesia che vi propongo oggi è Opere in versi e in prosa, edito Garzanti Editore (2016) nella collana I grandi libri, che trovate al prezzo di copertina di €15,00, curato da Marziano Guglielminetti con traduzione di Dario Bellezza.

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@riverberodiparole

Jean Nicolas Arthur Rimbaud nasce a Charleville il 20 ottobre del 1854, secondo di cinque – presto quattro – fratelli. La sua vita è sempre stata sopraffatta da quell’alone di leggenda, degenerato soprattutto dopo la sua morte e scaturito dai suoi numerosissimi viaggi verso terre esotiche: “che cosa è andato a cercare in quelle terre lontane? ci si chiese presto. E le ipotesi furono subito molte. Si è dato alle esplorazioni (…). Si è fatto re di una tribù di barbari (…). Ha reclutato soldati (…). Pratica il commercio degli schiavi (è quasi certamente una calunnia, tanto che lui stesso è costretto a smentirla, discorrendone con i suoi in una lettera del 3 dicembre dell’85). Non fu subito chiaro che era divenuto mercante d’armi e di caffè. Forse la leggenda sarebbe svanita quasi subito”.

È indubbio il fascino emanato dai suoi scritti fuori dagli schemi e, ancora di più, dalla sua vita sregolata e ribelle: sin da giovane, a scuola, emergono e risaltano le sue grandi capacità intellettive. La sua è una profonda ribellione che affiora presto, sommessamente, e che esplode all’incirca nel 1871, quando decide di tornare a Parigi a lavorare, e dove può progettare un nuovo tipo di poesia. Charleville gli sta stretta: Rimbaud odia “tanto il patriottismo dei suoi concittadini (…), quanto la mancanza di librerie confacenti al suo amore del nuovo”. Già prima di questa data, sedotto dalla vita mondana e dai vizi della grande città, aveva cominciato a mandare dei componimenti ad alcune importanti riviste parigine, nelle quali intanto venivano pubblicati gli scritti di autori come Baudelaire e Mallarmé.

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Verlaine e Rimbaud ritratti in un dettaglio di Un coin de table di Fantin-Latour

Emblematico nella vita di Rimbaud l’incontro con Paul Verlaine, altro grande poeta del simbolismo francese, con il quale pare abbia anche avuto una relazione: assidua e copiosa la loro corrispondenza, intensa la loro amicizia che li porta a collaborare e a darsi forza reciprocamente. Mathilde, la moglie di Verlaine, è gelosa di questa nuova amicizia del marito e della vita stravagante che i due conducono insieme. “L’esercizio poetico si fa bohème e amore”, e Verlaine lascia la moglie per partire con Rimbaud in Belgio. Saranno tanti e vari i loro spostamenti, in particolare a Londra; ma passa solo qualche anno prima che si segni la rottura. Gli ultimi terribili mesi nei quali si inscrive la fine del loro legame sono raccontati da Rimbaud attraverso gli scritti incredibili di Une saison en enfer (Una stagione all’inferno), ultimato e pubblicato nel 1873, poco dopo le minacce di suicidio di Paul Verlaine e il suo tentativo di impedire il ritorno a Parigi di Rimbaud con due colpi di pistola.

12.jpgQuando, nel ’75, Verlaine – uscito di prigione – va a far visita al nostro poeta maledetto, a Londra, questi gli consegna il manoscritto delle Illuminations (Illuminazioni), il suo ultimo libro. Dopo il rifiuto da parte di Verlaine di prestargli denaro “da dissipare”, non è ancora chiaro in che modo viva Rimbaud per un determinato periodo. Sono documentati, a tratti, altri viaggi, alcuni lavori, fino all’approdo ad Aden e poi ad Harar, dove vivrà dall’88 in qualità di agente commerciale della ditta Tian: qui continua in qualche maniera la propria attività letteraria e medita a fondo sull’esistenza.
Un cancro al ginocchio cambia le carte in tavola e dà inizio ad un calvario lungo e tremendo di spostamenti e sofferenze che lo porteranno all’amputazione della gamba prima, all’abbandono da parte della madre poi. Con al fianco soltanto la sorella Isabelle, muore il 10 novembre del 1891.

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Quello di Rimbaud è un approccio diverso al linguaggio poetico: il suo spirito ribelle si manifesta apertamente anche nel lessico, nelle scelte di immagini, sentimenti, espressioni. Vuole indagare l’inconscio dell’uomo, passare dall’individuale all’universale e spingersi al limite delle convenzioni del suo tempo. Le sue sono preziose associazioni, descrizioni inconsuete che si rifanno alle corrispondenze di Baudelaire (vi invito a leggere il componimento Correspondances) e che non possono fare a meno di ricordarmi la poesia orfica di Dino Campana – ma questa è un’altra storia che, se vorrete, approfondiremo la prossima volta.

 

A voi, come sempre, l’interpretazione di questa poesia composta nel 1870:

Il male

Mentre gli sputi rossi della mitraglia
sibilano senza posa nel cielo blu infinito;
scarlatti o verdi, accanto al re che li schernisce
crollano i battaglioni in massa in mezzo al fuoco,

mentre un’orrenda follia, una poltiglia
fumante fa di centomila uomini,
– Poveri morti! Nell’estate, nell’erba e nella gioia
tua, o natura! tu che santamente li creasti!

– C’è un dio che ride sulle tovaglie di damasco
degli altari, nell’incenso e nei grandi calici d’oro,
che s’addormenta cullato dagli Osanna,

– e si risveglia, quando madri chine
sulla loro angoscia, piangendo sotto i vecchi cappelli neri
gli danno un soldo legato nel loro fazzoletto.

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