Alessandro Saluzzi: pensieri scritti di vita vissuta

È come scrivere la mia vita su tanti post-it.

 

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Alessandro Saluzzi è un impiegato di 41 anni, vive in provincia di Mantova e ama scrivere dei pensieri “per non farli sbiadire col tempo“.

Comincio questa breve recensione ringraziando l’autore per avermi fornito il formato digitale del suo libro: si tratta di una raccolta autopubblicata di pensieri, che spaziano fra le classiche tematiche care all’uomo, soffermandosi in particolar modo su quella amorosa.
È sempre difficile esprimere il proprio parere su un testo del genere, perché non si riesce mai a comprendere del tutto il confine tra un flusso di pensieri continuo, che viene scritto per come viene pensato, e una volontaria costruzione formale dei pensieri suddetti. Complessivamente, però, ho riscontrato purtroppo molti aspetti negativi, specificatamente sulla forma, anche se ho qualcosa da dire pure sul contenuto.

Voglio però partire dalle potenzialità: nel corso delle 43 pagine, che lo rendono comunque una lettura poco impegnativa, ho potuto riscontrare alcune frasi efficaci, che hanno saputo risollevare per un attimo la mia opinione sul testo che le racchiudeva.

Nessun cuore merita di essere soffocato.

Le immagini che vengono richiamate sono scene di vita vissuta, di una adolescenza ormai trascorsa e ricordata con la nostalgia del presente, con una concezione semplice dei rapporti affettivi e amorosi, e tutto sommato alcune immagini risultano abbastanza ben costruite; il problema è che spesso le immagini più suggestive perdono di intensità a causa di una costruzione poco curata, o per una parola che forse non ci stava.

Tralasciando quindi il contenuto, che ritengo debba essere comunque ulteriormente elaborato, ho trovato oppressivi i difetti di forma. Ho notato che questo testo risulta in linea con la poesia che si sta facendo strada attraverso il Web, in relazione ad alcuni scritti, ma con la differenza che in questo libro non si compie una scelta formale decisa. Alcuni pensieri sono privi di punteggiatura, e il che rende la lettura e l’interpretazione molto difficili. D’altra parte, anche in molti di quelli che la presentano, essa viene usata in maniera inappropriata, a volte correttamente e altre volte no. Spesso gli accapo separano frasi, già prive di punteggiatura, che non si rivelano chiare. Inoltre ho trovato forzato l’uso della rima nel contesto di un componimento libero, che sarebbe risultato più espressivo senza.

All’autore vorrei consigliare di rivedere il libro nella sua interezza per correggere quegli errori grammaticali spiacevoli, revisionare la forma e dare un’impronta più personale agli scritti, scegliendo lo stile adatto in base alla propria esigenza comunicativa. Con queste attenzioni e una maggiore cura sono sicura che potrà risultare una lettura gradevole e delicata.

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