Guido Gozzano, “Totò Merùmeni”

Stamattina mi sono alzata pensando che non è possibile che io non abbia ancora portato nulla, sul blog, che appartenesse a uno dei poeti che più adoro della nostra letteratura. E mi riferisco a Guido Gozzano, il poeta crepuscolare più ricordato, il più singolare, a mio avviso, per il suo modo ironico di fare poesia su se stesso. Posso anche dire che questo mio pensiero mattutino cada a pennello, dopo il mio ultimo articolo su D’Annunzio, perché l’io poetico di Gozzano incarna proprio l’anti-dannunzio, e così vi mostro una specie di gioco di contrasti fra due poeti di cui amo l’opera.

Gozzano non vuole e non può essere un superuomo, un poeta vate, l’unico capace di elevarsi sopra le cose terrene ed ottenere il privilegio di unirsi alla natura; piuttosto, è un uomo come gli altri e ne è consapevole, può solo parlare della quotidianità, vivere amori comuni con donne comuni, cantare di quelle “buone cose di pessimo gusto”, per usare le sue parole. L’io lirico in Gozzano non è forte, il suo animo non zampilla passione e pulsione vitale come un “gabrieldannunziano”; dice invece chiaramente:  “chi sono? (…) un coso con due gambe detto guidogozzano!

Ci sarebbero tantissime cose che vorrei dire su questo poeta, ma mi limiterò a lasciar parlare i suoi scritti, in particolare quello che vi riporto oggi: si tratta della prima poesia della sezione Il Reduce, terza parte dei Colloqui. Nella figura di un “giovane inetto” denominato Totò Merùmeni  si riflette la vita e il sentire del Nostro.

 

Guido-Gozzano.jpg

 

Totò Merùmeni

I

Col suo giardino incolto, le sale vaste, i bei
balconi secentisti guarniti di verzura,
la villa sembra tolta da certi versi miei,
sembra la villa-tipo, del Libro di Lettura…

Pensa migliori giorni la villa triste, pensa
gaie brigate sotto gli alberi centenari,
banchetti illustri nella sala da pranzo immensa
e danze nel salone spoglio da gli antiquari.

Ma dove in altri tempo giungeva Casa Ansaldo,
Casa Rattazzi, Casa D’Azeglio, Casa Oddone,
s’arresta un automobile fremendo e sobbalzando,
villosi forestieri picchiano la gorgòne.

S’ode un latrato e un passo, si chiude cautamente
la porta… In quel silenzio di chiostro e di caserma
vive Totò Merùmeni con una madre inferma,
una prozia canuta ed uno zio demente.

II

Totò ha venticinque anni, tempra sdegnosa,
molta cultura e gusto in opere d’inchiostro,
scarso cervello, scarsa morale, spaventosa
chiaroveggenza: è il vero figlio del tempo nostro.

Non ricco, giunta l’ora di “vender parolette”
(il suo Petrarca!…) e farsi baratto o gazzettiere,
Totò scelse l’esilio. E in libertà riflette
ai suoi trascorsi che sarà bello tacere.

Non è cattivo. Manda soccorso di danaro
al povero, all’amico un cesto di primizie;
non è cattivo. A lui ricorre lo scolaro
pel tema, l’emigrante per le commendatizie.

Gelido, consapevole di sè e dei suoi torti,
non è cattivo. È il buono che derideva il Nietzsche:
“…in verità derido l’inetto che si dice
buono, perchè non ha l’ugne abbastanza forti…”

Dopo lo studio grave, scende in giardino, gioca
coi suoi dolci compagni sull’erba che l’invita;
i suoi compagni sono: una ghiandaia rôca,
un micio, una bertuccia che ha nome Makakita…

III

 La Vita si ritolse tutte le sue promesse.
Egli sognò per anni l’Amore che non venne,
sognò pel suo martirio attrici e principesse,
ed oggi ha per sua amante la cuoca diciottenne.

Quando la casa dorme, la giovinetta scalza,
fresca come una prugna al gelo mattutino,
giunge nella sua stanza, lo bacia in bocca, balza
su lui che la possiede, beato e resupino…

IV

 Totò non può sentire. Un lento male indomo
inaridì le fonti prime del sentimento;
l’analisi e il sofisma fecero di quest’uomo
ciò che le fiamme fanno d’un edificio al vento.

Ma come le ruine che già seppero il fuoco
esprimono i giaggioli dai bei vividi fiori,
quell’anime riarsa esprime a poco a poco
una fiorita d’esili versi consolatori…

V

 Così Totò Merùmeni, dopo tristi vicende,
quasi è felice. Alterna l’indagine e la rima.
Chiuso in sè stesso, medita, s’accresce, esplora, intende
la vita dello Spirito che non intese prima.

Perchè la voce è poca, e l’arte prediletta
immensa, perchè il Tempo – mentre ch’io parlo! – va,
Totò opra in disparte, sorride, e meglio aspetta.
E vive. Un giorno è nato, un giorno morirà.

 

 

3 pensieri riguardo “Guido Gozzano, “Totò Merùmeni”

  1. Anche a me piace!

    Piace a 1 persona

  2. … gli occhi fermi, l’iridi sincere
    azzurre d’un azzurro di stoviglia..

    Piace a 1 persona

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