#riverberodipoesia: Dino Campana

Sull’orma di Rimbaud, l’autore che vi propongo oggi è stato un’anima a lui affine, ribelle e “nomade” come il nostro tormentato simbolista francese: Dino Campana. Anche per lui il viaggio è la ricerca di riposte, di armonia col mondo, è un percorso spirituale in cui la poesia rappresenta l’unico e potentissimo mezzo per riallacciarsi all’esistenza; anche lui plasma un linguaggio nuovo e moderno, un ritmo inusitato che trasforma la poesia conferendole una atmosfera orfica.

Il mio testo di riferimento in questo caso è Canti orfici e altre poesie in edizione Garzanti, che fa parte della collana I grandi libri/poesia, con introduzione e note di Neuro Bonifazi e acquistato al prezzo di copertina di €9,00.

«Poesia in fuga» è stata definita l’opera di Dino Campana, per l’urgenza di contenuti, l’impasto verbale furioso e straziante, la tensione alla costruzione sempre delusa, l’intrinseca componente trasfiguratrice e visionaria, la dimensione simbolico-metafisica. I versi e le prose liriche di questo volume sono riconosciuti come uno degli esiti più originali della poesia italiana del Novecento.

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@riverberodiparole

Dino Campana nasce a Marradi il 20 agosto 1885 (sì, qualche giorno fa è stato il 133° anniversario dalla sua nascita), figlio del maestro elementare Giovanni Campana e di Francesca Luti, fervente cattolica. “Campana è stato, ed è ancora, in un certo senso, il poeta unico e straordinario, anzi l’immagine stessa della passione poetica e l’esempio di una vocazione perseguita fino alla pazzia”: dopo un’infanzia più o meno serena nel suo paese d’origine, Dino Campana comincia a soffrire di alcuni disturbi nervosi che diverranno sempre più intensi e lo porteranno a spostarsi spesso.

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È comunque molto difficile ricostruire la vita, seppur nelle sue linee essenziali, di un autore che è stato prettamente nell’ombra e, soprattutto, che è stato sottovalutato per moltissimo tempo. Le fonti che abbiamo sono lettere del poeta e dei corrispondenti, testimonianze di amici e conoscenti, dichiarazioni. Dopo aver terminato gli studi, fallita la carriera militare, decide di dedicarsi ufficialmente alla vita errante e solitaria e si concentra sulla propria formazione culturale. Tenta un’altra strada: continuando a leggere e scrivere, si iscrive prima alla Facoltà di Chimica presso Bologna, per poi lasciare l’università una volta fallito l’esame di fisica.

Nel 1906 comincia la cosiddetta “fuga campaniana” attraverso le Alpi, che si conclude con la reclusione in un manicomio di Imola, per volere del padre Giovanni. Successivamente si opta per l’espatrio del figlio: Campana viene mandato in Argentina, ma una volta giunto parte per la Pampa e si mantiene svolgendo vari mestieri. Dopo altri viaggi in terre straniere, Campana torna a Marradi e studia intensamente, torna all’Università di Bologna, sostiene e passa l’esame di fisica e continua ad avere “atteggiamenti stravaganti”.

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In questi anni si intensifica la conoscenza della filosofia nietzscheana, fondamentale perno della sua poesia e della sua vita. Nel 1913 prepara la prima redazione manoscritta dei Canti orfici, che poi andrà perduta e quindi riscritta praticamente a memoria – il manoscritto sarà ritrovato soltanto nel 1971 fra le carte di Soffici, suo parente. I Canti orfici vedranno la luce per la prima volta sotto forma di testo stampato nel 1914, presso il tipografo Ravagli.

Segue un periodo a Firenze di «calcolate stravaganze», il periodo «forse il più saggio della vita di Dino, l’unico in cui gode di un certo rispetto e anche di una certa considerazione» (Vassalli).

AleramoCampana1916.jpgMa seguono anche altre smanie e deliri, fino ad arrivare al 1916 circa: dopo il corteggiamento con Emilio Cecchi, ha luogo la dolorosa relazione con Sibilla Aleramo, “che riesce a vincere la sostanziale misoginia di Campana, e si reca a trovarlo al Barco”. I due staranno insieme per poco tempo, vivendo un amore intenso quanto violento e folle; Dino Campana viene poi internato per la solita diagnosi di “demenza precoce” al manicomio di San Salvi e quindi nel cronicario di Castel Pulci, proseguono le sue “ubriachezze”. La «suggestione» rispetto all’ideologia orfico-nietzscheana prende il sopravvento dopo aver guidato gradualmente i suoi passi nel mondo.
Campana muore presso l’ospedale il primo marzo 1932, per setticemia o per sifilide – secondo due diverse fonti.

La poesia orfica di Dino Campana costruì le fondamenta di una nuova forma di produzione poetica, moderna e complessa, assimilabile a quella di Rimbaud. La profonda crisi psichica si concilia per lui con quella post ottocentesca, e fornisce lo spunto per un diverso linguaggio lirico.

Nel tessuto teso e inquieto della prosa lirica o narrativa dannunziana ha immesso la sua carica immaginaria, la «forza» (…) della sua fede, e ne ha foggiato istintivamente e frammentariamente, ma calcolatamente, un nuovo stile, che s’accende qua e là in ritmi nuovi, stravaganti come quelli dei pittori futuristi o cubisti o orfici, ma con un’«arte» diversa (come afferma lui stesso), un’arte veramente europea, di colori e di suoni, e soprattutto di versi e di sintassi liberi dalle strutture ottocentesche, e sia pure dannunziane o crepuscolari.

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Sibilla Aleramo – Dino Campana

Il componimento che ho scelto di proporvi oggi è il seguente, a voi l’interpretazione più profonda:

La speranza (sul torrente notturno)

Per l’amor dei poeti
Principessa dei sogni segreti
Nell’ali dei vivi pensieri ripeti ripeti
Principessa i tuoi canti:
O tu chiomata di muti canti
Pallido amor degli erranti
Soffoca gli intestini pianti
Da’ tregua agli amori segreti:
Chi le taciturne porte
Guarda che la Notte
Ha aperte sull’infinito?
Chinan l’ore: col sogno vanito
China la pallida Sorte . . .
. . . . . . . . . . .
Per l’amor dei poeti, porte
Aperte de la morte
Su l’infinito!
Per l’amor dei poeti
Principessa il mio sogno vanito
Nei gorghi de la Sorte!

 

 

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