Gabriele D’Annunzio, “La pioggia nel pineto”

Forse uno dei componimenti più conosciuti e apprezzati del poeta del superomismo Gabriele D’annunzio è La pioggia nel pineto, scritto nel 1902 o 1903, che dimostra la sua grandissima abilità formale. L’autore riesce quasi a ricreare attorno al lettore l’atmosfera lieta e magica solcata dallo scroscio delle gocce nel bosco, attraverso un gioco di incastri, di rime e di assonanze interne, mettendo insieme degli elementi che suscitano emozione ed incanto: sembra quasi di respirare l’aria fresca e verdeggiante che si muove tra le foglie e i rami bagnati. La donna Ermione accompagna il poeta, lo scorta sotto la pioggia e finisce per diventare, insieme a lui, un tutt’uno con le piante e gli spiriti silvestri: diventa corteccia, i denti mandorle e il cuore di pesca, mentre la vita sembra palesarsi realmente solo in un contesto panico, in una percezione profonda della natura circostante che finisce per diventare parte dell’uomo, fondendovisi.

Vi consiglio la splendida lettura del testo di Vittorio Gassman – che vi allego nell’articolo –  che vi farà immergere maggiormente nel testo, in cui, d’altronde, il senso chiave è senza dubbio l’udito. Rumori della natura che si trasformano in musica, versi che diventano canti e pianti melodiosi; ogni elemento boschivo è in realtà un meraviglioso strumento suonato dalla pioggia.

 

Pioggia-nel-pineto.jpg

 

La pioggia nel pineto

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitìo che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancora trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode voce dal mare.
Or d’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i malleoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.

 

2 pensieri riguardo “Gabriele D’Annunzio, “La pioggia nel pineto”

  1. Farfalla Legger@ 5 gennaio 2018 — 17:47

    Gassman è un grande e rende benissimo la poesia. 😀

    Piace a 1 persona

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