“La passione ribelle”: è davvero possibile uno studio libero e disinteressato?

Chi studia è sempre un ribelle.
Uno che si mette da un’altra parte rispetto al mondo e, a suo modo, ne contrasta la corsa. Chi studia si ferma e sta: così, si rende eversivo e contrario. Forse, dietro, c’è sempre una scontentezza: di sé, o del mondo. Ma non è mai una fuga. È solo una ribellione silenziosa e, oggi più che mai, invisibile. A tutti i ribelli invisibili è dedicato questo libro.

IMG_20190912_132259-01.jpeg
@riverberodiparole

La dedica del pamphlet di Paola Mastrocola, insegnante di lettere in pensione, è ricca di sentimento e, se vogliamo, in fondo, speranza. Studiare, scrive, significa ribellarsi, significa esprimere appieno la propria libertà ed il proprio pensiero, significa piazzarsi deliberatamente al di fuori degli schemi comuni per acquisire una “felicità mentale” inestimabile e immortale. Da intendersi uno studio completamente disinteressato. Ebbene, nonostante il nobilissimo (e assolutamente condivisibile) punto di partenza della trattazione – legato ad una sensazione di immortalità sottesa all’atto dello studio di piacere, se così possiamo definirlo – rispetto alle catastrofiche premesse della Mastrocola, e alle argomentazioni (purtroppo deboli) che riporta, non mi sono trovata sempre d’accordo. E non me lo aspettavo.

Forse il problema sta proprio in quel “ne contrasta la corsa”, l’idea di uno studio che procede in maniera contraria e staccata dal mondo. Per una mia personale concezione di studio, di didattica e di raggiungimento di determinati obiettivi, per quanto io in primis mi consideri innamorata dello studio e di tutto quello che esso comporta, non riesco proprio ad accettare una definizione così dissonante dell’atto suddetto. Il successivo “ma non è mai una fuga” potrebbe aiutare a riallacciare il discorso alle sue implicazioni sociali, ma dal testo emerge, secondo me, il contrario.

Ammetto che avevo grandissime aspettative, e forse per questo sento fortemente il senso di insoddisfazione che mi ha lasciato (nulla togliendo alla scrittura della Mastrocola, alla sua competenza e alle sue intenzioni: semplicemente la pensiamo in maniera diversa). Ho affrontato la lettura con Giordano Milo, con il quale mi sono poi confrontata attraverso una chiacchierata al telefono di quasi due ore – pochi punti sono stati risparmiati dalle nostre contestazioni. Ci siamo trovati d’accordo: bene, ma non benissimo, buoni presupposti ma qualche riserva. In questa sede vorrei concentrarmi sulle questioni problematiche e le affermazioni opinabili; inoltre, vorrei strutturare questo articolo sulla base di considerazioni di didattica, questione a me molto cara, che a mio avviso si ricollega a tutti i punti critici del testo, quelli che mi hanno suscitato non poche perplessità.

 Lo studio è sparito dalle nostre vite. Nessuno studia più. Se ne può fare a meno. E non ci piace, né per noi né per i nostri figli.

Dalla primissima frase d’incipit entriamo nella personalissima prospettiva dell’autrice, che in quanto tale è soggettiva ed opinabile, ma oggettivamente catastrofista. Tutti i capitoli del saggio assumono un tono provocatorio e ricco di stereotipi (a volte con l’intento di scardinarli, altre volte utilizzati come metro di paragone o esempio) che si risolvono in argomentazioni, ahimè, troppo retoriche per un discorso che mi aspettavo trattato nel vivere sociale. O meglio: la questione è, sì, posta in termini di riflessione sul sociale, la Mastrocola scrive dei paragrafi specifici per affrontare l’argomento scuola o famiglia, ma non ho mai trovato delle spiegazioni che si sottraessero per un attimo alla visione “romantica” di studio disinteressato per entrare effettivamente dentro le classi, le aule, le case, e quindi le teste. E alla fine si arriva a generalizzare in maniera piuttosto audace con considerazioni quali:

(nel paragrafo dedicato alle biblioteche) Ma il fatto di portarsi dietro i propri libri è solo il segnale di qualcosa che mi sembra molto più sconcertante: si studia solo sui libri di testo, su manuali sempre più smilzi, e non si prova più il desiderio di ‘cercare’, di leggere altro, di frequentare libri nascosti, che appartengono a un patrimonio millenario di sapere. Si fa sempre più, nella maggioranza dei casi, un lavoro di seconda mano, senza usare le fonti, senza attingere direttamente ai classici. In questo senso dico che non si studia più. Ci si ferma ai sunti, alle navigazioni on line, facili, veloci. Superficiali. Non si frequentano i fondali. In questo senso il mutato uso delle biblioteche mi preoccupa: è il segnale che non si ha più l’idea di un sapere che affonda nel passato, o che non si ha più voglia di andarselo a recuperare, quel sapere affondato.”

Questo passo mi sembra emblematico per porre più di una questione controversa. Sull’idea dello snaturamento delle biblioteche posso anche passare, perché in effetti la biblioteca non nasce come sala studio; ma affermare che ormai oggi, solitamente, si preferisca fare un “lavoro di seconda mano” non credo sia assolutamente vero, altrimenti i corsi di laurea umanistici rappresenterebbero tutti delle eccezioni. Inoltre, mi verrebbe da dire, se proprio un ragazzo decide di affrontare lo studio in maniera superficiale, l’insegnante dovrebbe perlomeno provare a “scuoterlo”, a indirizzarlo, a fornirgli degli spunti di riflessione con tutti i metodi più efficaci (quindi non solo con le nozioni!): sicuramente la Mastrocola, nella sua carriera da insegnante, avrà tentato di trasmettere tutta questa passione ai suoi studenti, ma nel testo ho sentito proprio la mancanza di un suo personale approfondimento metodologico, la relazione studente-insegnante non appare, neanche fra le righe, come se fossero due mondi lontani, l’uno “vittima” della disastrosa realtà scolastica, l’altro “carnefice costretto”.

La demonizzazione delle “navigazioni on line” denota poi una chiusura sostanziale: Internet non è necessariamente il male, ma un ulteriore strumento (come lo studio, d’altronde), e come tale bisogna saperlo usare. Può anche rappresentare una fonte attendibile in certi casi, ed esistono, tra l’altro, moltissimi progetti di digitalizzazione del sapere umanistico che, oggi, rendono molto più fruibile la ricerca. Non si tratta di semplificazione di contenuto, di contenuto di bassa qualità (per chi è del settore, chiaramente, e non si lascia abbindolare da pseudo siti culturali): l’evoluzione tecnologica ci ha reso la vita più facile perché più “completa” sotto certi aspetti, più sfaccettata, compenetrata di migliaia di punti di vista, comparabile senza difficoltà, alla portata di tutti. Nelle parole della Mastrocola mi sembra di vedere decantata, retoricamente, l’idea che “antico è meglio”, in tutte le cose.

Nella Passione ribelle non si parla di studio e insegnamento in termini relazionali e sociali, oltre che personali per ovvi motivi (certo il saggio non parte da queste precise intenzioni, che secondo me sarebbero state però fondamentali): la Mastrocola parla di studi completamente disinteressati in ambito letterario-artistico, quindi scollati da qualsivoglia obiettivo, finalità, utilità – facendo anche l’esempio del protagonista di uno dei suoi libri, un certo Fil, che per poter studiare come vuole decide di rifiutare un dottorato e andare a fare il pastore. Uno studio separato dalla società, disapprovato, anzi, dalla società, e che dunque se ne distacca, si allontana, per rimanere puro e fine a se stesso. Questo tipo di concezione, che alcuni troveranno condivisibile, è piuttosto problematico, perché si trascina dietro una serie di conseguenze di pensiero.

Insegnanti, “spettacolanti”, ricercatori, studenti, scuole, università: stando alle parole dell’autrice, lo studio “vero” non ha più a che fare con nessuna di queste categorie, e col suo piglio provocatorio vorrebbe ridurre tutto alla sola concezione di studio puro che lei stessa teorizza nell’ottavo capitolo. Parla di “università imprenditoriali” e di esami dati a “catena di montaggio”, di sistemi di verifica oppressivi e snaturamento del lavoro di ricerca per via di griglie di valutazione e riunioni, tutte cose, insomma, che costituiscono una parte necessaria del lavoro di insegnante e che sono connaturate, invece, allo studio e alla ricerca, a certi livelli. Un riflessione sullo studio, nella mia personale prospettiva, non può evitare di essere inserita e quindi osservata in contesti sociali.

La società è cambiata, si è evoluta, ed è cambiata anche la scuola con la precedente rivoluzione pedagogica che ha introdotto le specificità degli studenti nel sistema di valutazione, insieme al concetto di “persona” (che anche lei giustamente usa) e di sviluppo di competenze trasversali, al posto del semplice sapere nozionistico. La scuola, oggi, valuta il saper fare più che il sapere, e questo è uno degli aspetti contro cui lotta la Mastrocola, da quel che mi è sembrato di capire. Ecco, è con questo tipo di pensiero che non mi trovo d’accordo. Paginette ben scritte e passi imparati a memoria sono formalismi del vecchio sistema scuola che l’autrice elogia come fondamentali, se non ci sono significa che “non c’è studio, non c’è sforzo, non c’è impegno”. Ma perché? Perché parlare in termini tanto vaghi e generali di una questione in cui, semmai, sono fondamentali le eccezioni e gli esempi pratici singoli, e, soprattutto, un atteggiamento propositivo che qui viene declinato solo in termini idealisti? Cosa fare materialmente per evitare, utilizzando le parole dell’autrice, che lo studio smetta davvero di far parte delle nostre vite? E soprattutto, che questo accada, è davvero immaginabile?

Non credo che in questo momento importi a qualcuno della cultura. Dico quella inutile, non ‘calcolante’. Non credo che la scuola si occupi della cultura, in questo momento. Dico della cultura ‘meditante’, cioè di pensiero, riflessione, ricerca dell’essenza più spirituale e cose siffatte. Pensa di avere altro da fare. È alle prese con quelli che ovunque chiamiamo ‘i profondi mutamenti degli ultimi decenni’, o ‘i nuovi scenari della contemporaneità’: globalizzazione, migrazione, scoperte scientifiche e tecnologiche che, susseguendosi a un ritmo frenetico, chiedono una ‘trasformazione radicale’ del sapere, un’istruzione che si leghi al ‘progresso umano’, allo sviluppo economico, all’incremento del PIL, a un ‘innalzamento delle prospettive di ricchezza del Paese’, al ‘guadagno’ dei singoli, a un ‘aumento della produttività dell’intero sistema economico’, nonché al ‘consolidamento dei valori democratici’. […] Tutti parliamo ormai così, usiamo queste parole preconfezionate e vuote”.

Ecco, questa è in parte anche la mia concezione di studio calato nella società, e non vedendoci nulla di nocivo per l’atto in sé dello studio – che semmai interpreto come più ricco e attento sia al passato che al presente che al futuro – non riesco a trovarmi d’accordo con l’approccio dell’autrice. Credo che sia importante, anzi, che la scuola si riempia di attualità, che ne faccia parte e che ci rifletta, perché se la lettura di un classico, per esempio, può offrirci degli spunti importantissimi per la formazione e per comprendere la realtà che ci circonda (noi e gli altri, dunque), questi non possono rimanere fini a se stessi. Come dovremmo definire allora lo stesso sistema di una qualsiasi ricerca, che non fa altro che nutrirsi dell’eredità di precedenti studi e idee, guardando al presente, all’ora, alle persone di questo dato tempo, per progredire e creare qualcosa di “migliore” (non vale per tutto), di più funzionale, di fruibile? Si può studiare senza “essere in contrasto”, senza fermarsi.

Dando per assodati la ricchezza di spunti offerti (troviamo molto su cui ragionare ad ogni pagina) nonché alcuni concetti di fronte ai quali mi trovo perfettamente d’accordo (un sotteso concetto di πάθει μάθος dell’atto di studiare, le libertà sacrosante di chi studia, la necessità dell’epistemologia e delle nozioni di base, per esempio), parlare di studio fine a se stesso è qualcosa che, a mio parere, non si può più fare, oggi – questo libro è uscito nel 2015 –, è troppo riduttivo, troppo “romantico”. La cultura è realtà, umanità a tutto tondo (questo lo dice anche la Mastrocola, in altre parole): non ho mai studiato soltanto “per rendere perfetti gli angeli” e non riesco a immaginare i vantaggi mentali di uno studio così disinteressato; ho apprezzato, però, la grande passione dimostrata e la volontà di proporre una tesi così lacerante, di provocare per cambiare le cose, di pensare e discutere controcorrente. È dalle idee altre che spesso nascono i confronti più interessanti.

2 pensieri riguardo ““La passione ribelle”: è davvero possibile uno studio libero e disinteressato?

  1. Post straordinario per la tua ricerca raffinata ed esaustiva!
    Un caro saluto e un augurio di una felice domenica!
    Adriana

    Piace a 1 persona

    1. Ti ringrazio davvero per il sostegno costante, un abbraccio ❤️

      "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
search previous next tag category expand menu location phone mail time cart zoom edit close