#riverberodipoesia: Antonia Pozzi

Dato che uno dei generi che prediligo è la poesia, dato che adoro leggerne e parlarne e scoprire sempre qualcosa di nuovo e, a volte, inusuale, ho pensato di creare – inizialmente solo sul mio profilo di Instagram – una rubrica settimanale per proporvi proprio dei componimenti che trovo particolarmente belli, evocativi, capaci di ispirare e far riflettere. Poi ho pensato che sarebbe stato bello approfondire maggiormente il progetto, e ho ritenuto che sarebbe stato interessante parlare anche un po’ dell’autore attraverso un articolo sul blog, nel tentativo di gestire meglio le pubblicazioni: questa è la premessa del piccolo pezzo che segue, che recupera la poetessa e la poesia di domenica scorsa. Ogni prima domenica del mese verrà fuori un articolo di questo tipo, correlato alla poesia pubblicata (e brevemente spiegata) su Instagram.

L’autrice che ho scelto per prima è Antonia Pozzi, della quale posseggo la raccolta Guardami: sono nuda pubblicata da Edizioni Clichy nel 2014, al prezzo di €8,00 e curata da Ernestina Pellegrini. Questa breve e splendida raccolta fa parte della collana Père Lachaise, che punta a proporre (o riproporre) “autori fondamentali della letteratura mondiale” con i loro scritti inediti o introvabili.

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@riverberodiparole

“Ho paura e non so di che: non di quello che mi viene incontro, no, perché in quello spero e confido. Del tempo ho paura, del tempo che fugge così in fretta. Fugge? No, non fugge, e nemmeno vola: scivola, dilegua, scompare, come la rena che dal pugno chiuso filtra giù attraverso le dita, e non lascia sul palmo che un senso spiacevole di vuoto. Ma, come della rena restano, nelle rughe della pelle, dei granelli sparsi, così anche del tempo che passa resta a noi la traccia”.

Antonia Pozzi nasce nel 1912 a Milano, figlia di Roberto Pozzi e Lina Cavagna Sangiuliani. E’ una ragazzina piena di passioni ed energie. Al liceo vive la relazione che segnerà per sempre la sua mente e la sua vita, nonché le relazioni successive: si innamora visceralmente del suo professore di greco e latino, Antonio Maria Cervi, vivendo con lui una relazione ostacolata in ogni modo dal padre. La rottura con Cervi, avvenuta nel ’33, non sfregerà comunque l’amore provato, che Antonia tenterà di colmare in maniera tormentata. All’università, presso la quale si era iscritta alla Facoltà di lettere e filosofia nel 1930, si innamora prima di Remo Cantoni e poi di Dino Formaggio, finendo in entrambi casi non ricambiata e ferita. Antonia cerca ancora di rifarsi, di risollevarsi concentrandosi nello studio e nel lavoro, inseguendo altri progetti con il cuore lacerato. Il 1938 è l’anno tremendo e fatidico delle leggi razziali che le portano via alcuni amici e le provocano una forte crisi, che non si arresta e cova nel profondo anche quando trova lavoro presso l’Istituto Tecnico Schiapparelli di Milano. Il 3 dicembre di quello stesso anno infatti, stesa in un fosso, “si imbottisce di barbiturici e si lascia morire”.
• Se volete informazioni approfondite sulla sua vita e sulla sua opera esiste un sito apposito: antoniapozzi.it.

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“Desidero di essere sepolta a Pasturo, sotto un masso della Grigna, fra cespi di rododendro. Mi ritroverete in tutti  i fossi che ho tanto amato. E non piangete perché io sono in pace”.

La sua sensibilità analizza la vita, si interroga nella sua solitudine forzata e travagliata e si apre a descrizioni vivide di paesaggi immensi di luce, alla ricerca di una risposta ai tormenti: il suo è un linguaggio carico di amore volto a risolvere la sua infinita crisi. Il luogo della pace ritrovata è la morte, “la sua patria è l’altrove”.

A voi l’interpretazione più profonda della poesia che ho scelto di proporvi per questo primo articolo:

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Un’altra sosta

Appoggiami la testa sulla spalla:
ch’io ti carezzi con un gesto lento,
come se la mia mano accompagnasse
una lunga, invisibile gugliata.
Non sul tuo capo solo: su ogni fronte
che dolga di tormento e di stanchezza
scendono queste mie carezze cieche,
come foglie ingiallite d’autunno
in una pozza che riflette il cielo.

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