Dieci passi per dieci spunti: l’epilogo del 2021

Anche quest’anno arriva puntuale questo articolo in cui vi auguro un buon anno nuovo attraverso alcune tracce del mio percorso di lettura. Un ponte di parole tra la fine e l’inizio – o gli inizi. Anche quest’anno, in cui forse tuttə ci aspettavamo qualche cosa di buono, di migliore, non voglio rinunciare alla condivisione delle mie esperienze di lettura più belle che magari, in questo modo, potranno trovare un cuore nuovo a cui aggrapparsi. Anche quest’anno il nostro dialogo di lettrici e lettori, in questo breve e personale resoconto all’ennesimo giorno numero 365, passa attraverso il filtro diretto delle pagine.

Sembra incredibile che anche quest’anno stia riuscendo a mantenere la promessa che ho fatto a me stessa nel lontanissimo 2017 – com’è cambiata, poi, la percezione del tempo e degli spazi negli ultimi 24 mesi? –, perché le difficoltà e le occasioni mancate del 2021 tornano spesso a mordermi le braccia e la faccia, pesano sul petto e inondano la mente sotto forma di una melma scura e densa. Ho già scritto brevemente di questi anni difficili, e lascio a quelle pagine il compito di incanalare il buio che a volte accumulo.

Nonostante abbia letto soltanto 22 libri, da gennaio a dicembre 2021, e ne abbia iniziati almeno altri 16 che porterò con me all’anno nuovo, ne sono fiera. Sì, perché smettere sembrava l’unica via: smettere di leggere, smettere di scrivere, di studiare, di suonare. Sembrava l’unica risposta che potessi darmi. E invece questi 22 libri ci sono, le pagine che ho letto le ho sentite tutte dentro di me, ho impugnato la matita e mi sono fatta attraversare dalle parole ancora, con maggiore lentezza ma senza paura. È stato l’anno in cui, più di altre volte, ho imparato ad ascoltarmi e ho voluto farlo, continuando a contare sul potere – anche salvifico a tratti – della lettura. Ho imparato tanto e altre volte ho sofferto e basta, e i libri sono sempre stati insieme a me. Anche chiusi, anche impilati per settimane l’uno sull’altro sul comodino.

Con questa premessa doverosa, ecco i dieci passi tratti dai dieci libri migliori del mio 2021.

«Nel nostro sistema, il crisma del potere è il disprezzo. Gli uomini del signor Amar stanno facendo di tutto per meritarlo: e lo avranno. E una volta che lo avranno, sapranno come fare per legittimarlo. Perché il sistema consente di arrivare al potere col disprezzo; ma è l’iniquità, l’esercizio dell’iniquità, che lo legittima».
Leonardo Sciascia, Il contesto (Adelphi Edizioni)

qualcosa, più di qualcosa è andato perduto
ora fai finta, sei latte
che cola dallo spacco nella pianta,
quello che tiene insieme – perché dire
quanto è andato perduto, adesso
annienta

e allora rimetti la parola
sotto la lingua, con la perla,
doppio
giro intorno al collo
come un laccio di carne
tra corpo e corpo.
Laura Pugno, L’Alea (Giulio Perrone Editore)

«Mi sembra che la poesia sia come una spiegazione, ma che non spieghi niente. È come una scienza, è la sola scienza che non maltratta il suo oggetto. Forse perché non lo tratta come un oggetto, per l’appunto. La poesia entra nel mondo come in una casa amica, rivela l’oggetto, lo porta a rivelarsi, non lo forza. Il grande rimprovero che farei alla scienza e alle tecnologie è, con le buone maniere, di forzare la porta. Mi sembra che le cose vengano molto più facilmente a noi se accordiamo loro il tempo che richiedono».
Christian Bobin, Abitare poeticamente il mondo (AnimaMundi Edizioni)

Camminando sulla sabbia
decisi di lasciarti.

Calpestavo un fango oscuro
che tremava,
e affondando e uscendo
decisi che tu uscissi
da me, ché mi pesavi
come pietra tagliente,
elaborai la tua perdita
passo a passo:
tagliarti le radici,
liberarti sola nel vento.

Ahi, in quel minuto,
cuor mio, un sogno
con le sue ali terribili
ti copriva.

Ti sentivi inghiottita dal fango,
mi chiamavi e io non accorrevo,
te n’andavi, immobile,
senza difenderti,
fino ad affogare nella bocca della sabbia.

Poi
la mia decisione s’imbatté nel tuo sogno
e dallo strappo
che ci spezzava l’anima,
nuovamente sorgemmo, limpidi, nudi,
amandoci
senza sogno, senza sabbia,
completi e radianti,
segnati dal fuoco.
Pablo Neruda, I versi del capitano (Passigli Editori)

«…lo spazio aveva conservato tutto, come un fossile, solo noi non eravamo da nessuna parte, solo noi eravamo spariti, insieme alla nostra leggerezza, alla nostra vulnerabilità, al nostro sperpero, alla nostra giovinezza, solo noi aveva inghiottito il tempo che, come un guardone, si aggirava sempre attorno a noi».
Imre Oravecz, Settembre 1972 (Edizioni Anfora)

Deh, spiriti miei, quando mi vedete
con tanta pena, come non mandate
fuor della mente parole adornate
di pianto, dolorose e sbigottite?

Deh, voi vedete che ‘l core ha ferite
di sguardo e di piacer e d’umiltate:
deh, i’ vi priego che voi ‘l consoliate
che son da lui le sue vertù partite.

I’ veggo a luï spirito apparire
alto e gentile e di tanto valore,
che fa le sue vertù tutte fuggire.

Deh, i’ vi priego che deggiate dire
a l’alma trista che parli ‘n dolore
com’ella fu e fie sempre d’Amore.
Guido Cavalcanti, Rime (Carocci editore)

«Ma il fatto che davvero la versasse e disperdesse, buttando nel cestino della carta straccia teorie da premio Nobel, della cui novità e portata era indubbiamente consapevole, ci può dare il sospetto della mistificazione, della teatralità, per il modo in cui lo faceva, ma non per le ragioni. Le ragioni erano profonde, oscure, “vitali”. S’appartenevano all’istinto di conservazione. Doppiamente, possiamo oggi dire, s’appartenevano all’istinto di conservazione: per sé, per la specie umana».
Leonardo Sciascia, La scomparsa di Majorana (Adelphi Edizioni)

«La mia colpa consiste nell’avere sempre creduto a quanto gli altri mi hanno detto, e non solo in particolare per lei, ma sempre: in modo ch’io non ho compreso mai nulla, né ho avuto un’opinione veramente mia».
Pier Maria Rosso di San Secondo, Le donne senza amore (Fratelli Treves Editori)

Insegnatemi una lingua nuova e chiara,
un varco sotto ai segni perché possa
accennare all’invisibile e poi riderne.
Mattia Tarantino, L’età dell’uva (Giulio Perrone Editore)

«Il mio disordine. È in questo: che ogni cosa per me è una ferita attraverso cui la mia personalità vorrebbe sgorgare per donarsi. Ma donarsi è un atto di vita che implica una realtà effettiva al di là di noi: e invece ogni cosa che mi chiama ha realtà soltanto attraverso i miei occhi e, cercando di uscire da me, di risolvere in quella i miei limiti, me la trovo davanti diversa e ostile».
Antonia Pozzi, Mi sento in un destino. Diari e altri scritti (Ancora Editrice)

Buon 2022: che questo nuovo anno possa darci una spinta verso orizzonti migliori.


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