Beatn’k – poetic generation: il magazine che “insegna ad osservare poeticamente il mondo”, dal progetto di Antonio Calandra

A volte gli interessi diventano idee, e a volte qualcuno decide di accoglierle e svilupparle. È il caso di Antonio Calandra, giovane siciliano neolaureato presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo, che per la sua tesi ha creato un progetto editoriale fra grafica, poesia, fotografia e passione, sulla suggestione stilistica della nota Beat Generation.

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Il suo progetto è stato presentato presso Spazio Cultura Libreria Macaione nella Giornata Mondiale della Poesia – il 21 marzo scorso -, e mi è parso subito degno di attenzione. Quindi, dopo qualche chiacchiera scambiata con Antonio, ho deciso di farvi conoscere l’iniziativa direttamente dalle sue parole: segue la sua ricca intervista.

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Antonio, intanto ti faccio ancora i miei complimenti per questo progetto: in quanto lettrice e appassionata di poesia, venire a conoscenza di un’ideazione del genere mi ha dato tanta gioia e anche speranza, non lo nego. Oggi c’è chi pensa che la poesia sia un genere sopravvalutato, sostanzialmente inutile, e soprattutto che sia lontano dall’universo dei più giovani, quando invece, per come la vedo io, probabilmente è uno di quei generi capaci di mutare forma e continuare a veicolare messaggi importanti: tu cosa pensi a riguardo?

La poesia ha in sé uno scopo diverso da qualunque altro genere letterario, ha in sé modi di esprimersi completamente diversi. È proprio grazie a ciò che il suo obiettivo è riuscire a colpire non la mente del lettore o ascoltatore, quanto il suo animo. Riesce a muovere organi e sensazioni incorporei che difficilmente altri generi letterari riuscirebbero. Non potrebbe essere davvero definibile un target fisso per la poesia, ogni persona, ogni uomo, donna, bambino, anziano ha una sua sensibilità nei confronti di parole, suoni, ritmi, e ognuna di queste qualità è fuori dal tempo. Escluderei, quindi, il valore generazionale della poesia, eccetto per quella che va contestualizzata in pensieri figli del proprio tempo politico e sociale. Il tempo e le generazioni sono quelle che, per esigenza, ne mutano i toni di voce, poiché i contesti storici condizionano codici comunicativi e linguaggi. E chiunque abbia almeno una volta sentito propria una poesia, sentito propria una sensazione evocata da parole, suoni o ritmi, comincia a sentire un’esigenza comunicativa aldilà del linguaggio razionale e logico, cercando l’astratto, e l’unico mezzo per esprimere ciò è il linguaggio della poesia. Mi piace fare il parallelismo tra poesia e la musica jazz, due linguaggi che risentono di un’esigenza comunicativa completamente diversa, astratta, che può sembrar complicata (motivo per cui si tende a definirla elitaria), ma, come dimostrano i grandi maestri del jazz e i grandi compositori di poesia, ognuno ha in sé un improvvisatore jazz o un poeta, basta solo cercare di trovare il proprio linguaggio, il proprio suono e i propri ritmi comunicativi. È grazie ad essa, infatti, che gli animi possono essere mossi e risulta un ottimo mezzo veicolatore di importanti messaggi che verrebbero sensibilmente più compresi, soprattutto, se a farsi sentire è la voce dei giovani.

In linea generale, concordo con quello che hai detto. La poesia è anche il genere letterario che forse più si avvicina al mondo delle arti figurative, se vogliamo, con il tentativo di descrivere immagini, di invitare all’interiorizzazione e all’interpretazione e con dei modi un po’ ambigui o impliciti per raggiungere questo obiettivo: quando ha cominciato a svilupparsi il tuo interesse per la poesia e le sue espressioni più recenti?  È sempre andato “a braccetto” con l’interesse per l’arte contemporanea e la grafica?

Credo che la passione per la poesia sia nata da piccolo, alle elementari e alle scuole medie. Ricordo, infatti, di aver vinto addirittura qualche concorso per poeti in erba. Ma credo che sia stato il periodo dopo il liceo classico a rafforzare il mio legame con la poesia, vedendo questa come un perenne luogo sicuro in cui cercare me stesso, rifugiarmi o consolarmi nei momenti difficili, poiché era un periodo in cui le scelte avrebbero fortemente condizionato la mia vita. Grazie al liceo è nata una grande passione per il giornalismo e l’editoria, e le ricerche che sono seguite mi hanno portato ad interessarmi al linguaggio grafico, ad approfondire sotto il punto di vista visivo il potere della parola e quello di poter creare linguaggi comunicativi sempre differenti, funzionali o estremamente creativi. È durante gli studi presso l’Accademia di Belle Arti che comincio ad entrare in contatto con i nuovi movimenti poetici, con la Street Poetry e la Slam Poetry palermitana. Ciò ha senza ombra di dubbio rafforzato il mio legame con la poesia, prendendo coscienza che la mia generazione cerca di nuovo un riscatto della poesia nei confronti della società e degli animi ormai freddamente digitalizzati. Grazie a questo percorso, poesia ed arti figurative si sono sempre affiancate, mi hanno dato sempre modo di trovare parallelismi tra esse e, con il loro connubio, importanti messaggi possono essere veicolati in maniera efficace e con toni differenti dalle arti figurative tradizionali.

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La domanda sorge spontanea – e anche in maniera banale, direi: di poesie, ne scrivi anche?

Non mi reputo, né mi dichiaro un poeta. Sì, scrivo poesie, ma nel mio piccolo, molto intimamente e con molta titubanza e timidezza nel leggere o far leggere ad amici e colleghi. Credo nel potere della scrittura come ottimo mezzo per capire meglio se stessi, per cercare dentro di sé e trovare qualche risposta o, come qualche volta è capitato, di trovare una domanda.

Condivido, la scrittura è un ottimo esercizio, infatti, in momenti di estrema confusione a vari livelli. Sei fresco di laurea, e colgo l’occasione per farti i miei auguri! Raccontami un po’ il tuo percorso universitario, con i momenti fondamentali o i punti di svolta, se ci sono stati, che ti hanno spinto a lanciarti in questo progetto e a farne la tua tesi di laurea.

Come detto precedentemente, è grazie alla passione per l’editoria e la ricerca di un linguaggio visivo che ho intrapreso questo corso di studi. Devo ammettere che il primo anno di corso ero ancora molto confuso sul fatto che quella potesse essere la strada che io volessi percorrere per tutta la vita, anche perché l’accademia mi ha posto davanti ogni tipo di declinazione del Graphic Design, nel suo variegato mondo di linguaggi; mi sono appassionato pian piano ad ogni materia, ho scoperto linguaggi comunicativi sempre differenti grazie, anche, al confronto con colleghi. È stato proprio grazie a quest’ultimo e alla cultura visiva che acquisivo che ho cominciato a capire quanto, anche nell’ambito della progettazione grafica, per quanto si punti ad un linguaggio funzionale per prodotti e aziende, ogni persona, nel suo piccolo, ha un proprio linguaggio distintivo: chi si orientava sulle tendenze minimal, chi era descrittivista, chi voleva astrattizzare al massimo con forme essenziali, chi, invece, voleva comunicare con le fotografie e le immagini piuttosto che caratteri tipografici. Così ho cominciato, grazie anche a dei lavori per musei di arte moderna e contemporanea di Palermo, collaborando anche con varie tipografie della provincia, a capire che genere di linguaggio fosse il mio, a capire, quindi, quale fosse il mio punto forte comunicativo. Da lì ho iniziato a studiare quasi ossessivamente le teorie di Type Design, di impaginazione e composizione, a ricercare sempre forme di comunicazione sperimentali grazie alla combinazione di immagini e caratteri tipografici. Questo mio progetto di tesi è stato la scelta di voler far sentire, quasi urlando, i miei studi, la mia voce sotto il punto di vista grafico, di far conoscere il mio linguaggio comunicativo e non avrei potuto fare meglio grazie al servizio di quella cara amica che da anni mi accompagna: la poesia.

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Ora entriamo nel vivo della questione: io ho avuto la fortuna di essere presente a Spazio Cultura Libreria Macaione giorno 21 marzo, quando hai presentato velocemente la rivista, ma in questa sede possiamo procedere per gradi. Quindi ti pongo una prima domanda determinante: perché “Beatn’k”?

All’inizio degli studi per la progettazione del magazine, l’idea che continuavo a volere della rivista era quella del voler assumere un tono di voce differente, che fosse un prodotto rivenduto, inizialmente, quasi di sottobanco, ma che ogni lettore, venutone a conoscenza personalmente o grazie ad altri, potesse carpirne i principi e cantare ad alta voce il nome che le avrei dato. È per queste ragioni che mi sono voluto ispirare ad un caso storico affascinante per la poesia e l’editoria, ovvero la pubblicazione di Howl and Other Poems di Allen Ginsberg. Nel ’56, infatti, l’editore newyorkese Ferlinghetti decise di pubblicare la raccolta di poesie di Ginsberg, le copie furono rivendute e sparse in tutta New York in poco tempo, girando quasi di nascosto nelle edicole; Ferlinghetti fu arrestato per ciò e Ginsberg fu messo sotto processo a causa dei toni della raccolta di poesie: furono definite oscene e accusate di non essere realmente letteratura, ma una ballata psichedelica quasi oltraggiosa per la vera poesia. Vinta però l’inchiesta, la poesia Urlo passò alla storia assieme al suo movimento poetico della Beat Generation. I poeti del movimento venivano ugualmente derisi con il termine “Beatnik” che, associato allo Sputnik russo, stava a definirne la non autenticità e la non appartenenza alla poesia definita “vera e pura”. Per il magazine ho così voluto adottare questo termine per farne un ambasciatore dei nuovi movimenti poetici giovani, per invogliare alla ricerca di un linguaggio non convenzionale. Tutto ciò, però, con un piccolo accorgimento lessicale: l’elisione del corpo della “i” mantenendone solo il puntino; ciò crea il fraintendimento di lettura, da “beatnik” a “beatn’k” (beat ink) che in inglese significa “sbattere inchiostro”, ovvero ciò che avviene durante un blocco dello scrittore ed il picchiettare nervoso della penna sul foglio. Questo concetto mi porterà a creare la figura del creatore della rivista che riflette sugli argomenti sviluppati nei numeri per il lettore con i suoi umani blocchi dello scrittore, scarabocchi, pensieri e appunti all’interno della rivista e la mano creatrice ed analizzatrice del produttore che analizza i vari temi dei numeri in copertina.

Una storia davvero interessante ti ha portato ad un concetto altrettanto interessante. Come hai voluto svilupparlo – sia sul piano contenutistico che grafico? Dimmi qualche curiosità sulla fase “work in progress”: non so nulla sul tuo campo, spiegami un po’ come funziona.

Il concetto cardine di Beatn’k è quello di informare, invogliare alla lettura, alla scrittura, far emergere poeti di qualunque forma. L’idea su cui tutto verte è quella di voler sensibilizzare un pubblico sulla questione che la poesia non è fine a se stessa, ai meri versi scritti su un foglio, ma è fatta di così tante sfaccettature che può permettere di vedere qualunque cosa ci circondi come poesia, da quella visiva a quella tattile e uditiva. È per ciò che ho voluto inserire la poesia della moda, della fotografia, del cinema, della musica e, implicitamente, la poesia grafica.

Per spiegare bene, nel dettaglio, il work in progress del progetto ho creato un book progettuale di 60 pagine, quindi sarò essenziale per farti comprendere i punti salienti della progettazione.

Fondamentalmente le fasi del progetto sono state tre: la prima fase è stata incentrata sulle ricerche di mercato, così da dare un posizionamento al magazine nei confronti di eventuali concorrenti  (che nel corso delle analisi si è scoperto non averne, per via del taglio che assume); ho infatti ricercato anche fisicamente nel mercato spagnolo dei magazine indipendenti di indirizzo poetico e filosofico, poiché la Spagna è uno dei centri più attivi dell’editoria poetica indipendente; infine ho cercato di capire, attraverso sondaggi, se il pubblico aveva richiesta di un prodotto del genere (fortunatamente con esiti positivi). Una seconda fase si è concentrata sulla ricerca del naming della rivista per capirne i toni comunicativi in base alla precedente fase di targettizzazione fatta, studiare il tema di uscita su cui si sarebbe concentrato il numero 0 della rivista e ricercare degli articoli inerenti al tema da inserire nei vari capitoli del magazine e nelle sue declinazioni di poetica polisemica, dando voce sia a testate giornalistiche importanti che testimoniano un’attenta cura degli articoli, sia ad autori e blog minori che possono, adesso, avere una vetrina ed una voce in capitolo; infine, e non meno semplice, ho sviluppato un concept grafico che seguisse di pari passo il tema di ogni numero, escogitando un sistema di impaginazione e composizione sperimentale poco usato nell’editoria popolare e non di nicchia. Nel caso del primo numero, infatti, avendo come tema “la poesia cambia verso” (sfruttando l’ambiguità della parola verso), ho voluto capovolgere completamente la lettura di alcune sezioni dell’impaginazione,  cosicché il lettore si trovasse costretto a passare da una lettura statica ad una lettura dinamica della rivista, scoprendo una lettura diversa e maneggiando il prodotto con più analisi ed interesse, con lo scopo di far capire ad un pubblico di lettori come l’editoria cartacea abbia un potere sugli animi e le sensazioni ben più forte di quella digitale, e che ciò va mantenuto e preservato in un periodo di così frenetica digitalizzazione. Un po’ il concetto di cambiare punto di vista per capire veramente,  di cui si parlerà nella sezione cinema di Beatn’k con un’analisi critica del film “L’attimo fuggente”.

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Per quali motivi pensi che possa essere importante diffondere tendenze come il MeP, il famoso Movimento per l’Emancipazione della Poesia, o la sempre più conosciuta Slam Poetry?

Penso sia importante diffondere e difendere questi movimenti. Come detto precedentemente, la poesia rimane la stessa nel corso delle generazioni e dei tempi, tende solamente a mutare il suo linguaggio, il suo sistema comunicativo, e questi movimenti, a partire dalla Slam Poetry che ha in sé anche decenni di storia ma che adesso, nel territorio italiano, comincia a prendere un tono di voce sempre più alto e diffuso, fino alla Street Poetry del MeP, sono il nuovo linguaggio della poesia. È quasi un momento di passaggio che preannuncia una svolta nella storia della poesia, è sintomo di una rivendicazione sociale della poesia. Grazie a questi nuovi sistemi di diffusione dei versi, sempre più pubblico diventa parte di queste correnti poetiche e con questo si può sperare nel passaggio evolutivo ad un nuovo linguaggio poetico generazionale. Una nuova speranza di cambiare tono di voce, di sentire di nuovo voci poetiche, di sentire versi e cambiare versi.

Attualmente, per forza di cose – d’altronde ti sei laureato questo mese! – la tua è soltanto una proposta che mi auguro possa essere accolta a braccia aperte da Palermo, con la speranza ovviamente che si faccia strada, pian piano, anche oltre. Quale sarà il tuo prossimo passo in merito?  Come hai pensato il futuro di Beatn’k?

Beatn’k in questo momento vive della speranza di una sua pubblicazione per dare il via a questo movimento di rinascita poetica, è in attesa di un editore e di qualche finanziamento che possa permetterne il lancio sul mercato. Sotto il punto di vista lavorativo permetterebbe la nascita di una potenziale nuova startup che potrebbe coinvolgere redattori, scrittori, stilisti, poeti, fotografi, graphic designer e giornalisti divenendo, con le potenzialità degli argomenti trattati, una delle autorità nel mercato dei magazine indipendenti poetici. Il suo futuro è ovviamente incerto ma la speranza di una pubblicazione alimenta l’animo mio e di chi si sia fino ad adesso interessato al progetto.

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Come possono aiutarti i lettori appassionati affinché questa iniziativa editoriale cominci e, soprattutto, possa andare avanti?

Basterebbe ottenere una grossa richiesta del magazine per poter cominciare ad interessare case editrici e finanziatori alla sponsorizzazione della propria azienda all’interno di Beatn’k e disposti, dunque, ad investire nel progetto. Da parte dei lettori basterebbe che si facessero sentire, che mandassero poesie, fotografie e opere di ogni genere poetico trattato nel magazine così da fornire materiale per i prossimi numeri della rivista ed incuriosire sempre di più il mercato nazionale ed internazionale. Come accennato prima, la rivista si rivolge non solo a poeti della penna, ma anche a poeti della macchina fotografica, del tessuto, della cinepresa, della musica.

Incrociamo le dita, allora. Congediamoci con un ultimo quesito: quali sono i testi, gli autori o le performance che preferisci?

Quelli che, come piace pensare a me, sono un pugno allo stomaco da imparare ad incassare. Sono quegli artisti, o per meglio dire poeti, che attraverso le proprie opere, che siano visive, tattili o uditive, riescono a lasciare qualcosa di indelebile al loro pubblico, che riescono con parole, suoni, ritmi, immagini e tessuti, a creare un legame più profondo con qualcosa di più grande, un filo conduttore che ci unisce tutti, che mostra il nostro essere umani, nella debolezza o nella forza. Ecco, le mie opere preferite sono quelle che mi permettono di conoscere qualcosa di nuovo attraverso delle sensazioni, attraverso le domande, attraverso un linguaggio che al proprio animo potrebbe sembrare un pugno mal incassato, ma che ha permesso la sua crescita in una maniera o nell’altra.

Dai un consiglio ai lettori, uno spunto, un messaggio che vorresti divulgare.

La poesia, nelle sue molteplici ed infinite forme, può salvare un singolo uomo, ma può diventare l’ancora di una società, svegliare gli animi di una generazione, far riflettere su ciò che realmente è importante, ciò che è vero, e permettere di vederlo non soltanto nel sublime, ma di trovare la verità anche nelle più piccole cose, nei dettagli della realtà e nelle sue molteplici sfaccettature. Consiglio al pubblico di leggere in continuazione, di amare ogni cosa, di odiarla, pestarla e baciarla, di scrivere come se non esistesse altro mezzo di comunicazione e di utilizzare il potere immenso della parola per il vero, per ciò che di più umano e bello c’è in ogni dettaglio delle nostre giornate. Citando José Martí, spero che Beatn’k sia un piccolo granello di poesia poiché egli affermava che “basta un piccolo granello di poesia per profumare un intero secolo”, e sta a tutti i poeti della penna, della macchina fotografica, del tessuto, della cinepresa, della musica, rendere la nostra generazione il granello di poesia che profumerà questo secolo.

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