Autobiografia linguistica: alberi genealogici

Il linguaggio non è la verità.
È il nostro modo di esistere nel mondo.
PAUL AUSTER, L’invenzione della solitudine

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Ficarazzi è un piccolo paese in provincia di Palermo: oggi conta poco più di tredicimila anime, ma ai tempi della nonna Dora e del nonno Nino non se ne contavano più di cinquemila, sulu chiddi ca stavanu nno stratuni¹. Per comprare casa la nonna ha dovuto vendere il suo tumminu² di terreno, lasciatole in eredità da suo padre, Vincenzo. Proveniva da una famiglia benestante, i cui componenti avevano ricevuto una istruzione mediamente buona. Nannu Vicienzu (nonno Vincenzo) era un coltivatore diretto che si occupava di enormi frazioni di terreno, e nei periodi di siccità partecipava alle processioni del Santissimo Crocifisso insieme ai suoi compaesani, pregando affinché piovesse sulle coltivazioni.

«Quannu c’era a carestia, tutti i coltivatori diretti si mettevanu nna strata e si passavano u crocefisso, u chiamavanu Crocefisso del miracolo: si passavanu stu crocefisso pi tutti i stratuzzi e prima che arrivava arrieri a chiesa e Ficarazzi, chiuvieva. Io mu ricordo ri picciridda»³, racconta con passione la nonna.

Vi racconterò anche la storia del Crocifisso del miracolo, in uno dei prossimi articoli, ma procediamo con calma.

Fino a qualche anno fa non mi sono mai chiesta nulla sul mio paese, anzi, ho sempre provato un forte senso di fastidio: che sarà mai, mi chiedevo, è sulu na strata!⁴ E il dialetto poi, questo sconosciuto: lo capisco, ma tanto non lo so parlare, mi dicevo, e poi l’italiano è la lingua che conta, quella che parlano tutti, con cui dobbiamo farci capire. Soltanto di recente, e proprio grazie ai miei studi e alla mia passione per le lingue e le parole, mi sono riavvicinata alle mie origini, fatte di racconti popolari, sostrati variegati e shock linguistici. Ho indagato le genealogie, le vicende di vita complicate e confuse, e ho ricostruito – in piccolissima parte – quei tasselli della mia personalità che il tempo e la mia ostinazione stavano facendo tragicamente dissolvere.

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Io e la nonna Dora un anno fa, festeggiando il mio compleanno

Come dicevo, i membri della famiglia della nonna, i Martorana, avevano ricevuto, quasi tutti, un’istruzione mediamente buona – lei è arrivata sino in quinta elementare. L’alternativa alla scuola era quella di carriari panara e cuogghiri cuosi⁵ sin da bambini, ma almeno loro l’istruzione potevano permettersela. Fra i casi insoliti poi figurava quello della nonna Rusidda allittrata (Rosetta acculturata, letterata), la mamma del nonno Vincenzo – la nonna della nonna, insomma – , appassionatissima lettrice che durante il giorno si metteva a leggere dietro le persiane che davano sul Corso Umberto, sotto gli sguardi sconvolti dei passanti che spettegolavano e si chiedevano perché non stesse cucendo, piuttosto. «Chidda era patita ri libra e ci purtavanu, u sai, ca carruozza»⁶. O ancora, il padre del nonno Nino, nonnu Callu (nonno Carlo), che segnava appunti a matita persino sulla Bibbia, mentre leggeva: suo figlio, il mio adorato nonno Nino, ha raccolto questa bellissima eredità, e da avido lettore, a sua volta, racconta fiero di aver divorato persino la Divina Commedia e il Corano. Ha frequentato la scuola fino alla prima media e ricorda quasi perfettamente dei passi letterari e delle poesie che ha imparato a memoria da bambino: “Picchì allura a scuola media mica era comu uora, prima si sturiava vieru”⁷. Il bagaglio culturale di mio nonno si è arricchito anno dopo anno, con le novità letterarie che uscivano man mano e con quel sostrato (dialettale e non) di racconti e parodie di classici che mi facevano tanto divertire, ma su cui solo oggi riesco a riflettere, comprendendone appieno il valore ed il significato. Oggi mi ripetono che devo aver preso la mia bibliofilia proprio da Carlo, Nino e Rusidda.

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Il nonno Nino sottolineava il mio anno in più, in quello stesso giorno

Nella mia casa si è sempre parlato rigorosamente l’italiano (regionale). Era concessa giusto qualche espressione dialettale qua e là. Quando era piccola, la nonna Dora ha subìto un duro shock linguistico a scuola, rendendosi conto che il dialetto, la sua lingua di prima socializzazione, non era sufficiente a farsi comprendere ovunque, poteva creare disparità e barriere insormontabili. Per questo motivo si ripromise di parlare ai suoi figli esclusivamente in italiano: e così fece. Mia madre Adriana e i miei zii, Carlo e Maria, non parlavano abitualmente il dialetto, e non riuscivano nemmeno a capire alcune parole utilizzate frequentemente dai loro coetanei. La nonna portò avanti questo proposito anche con noi nipoti, ma naturalmente, da bambina, non mi accorgevo del code mixing naturale e spropositato della sua parlata, come anche della sua estrema attenzione nell’evitare gli errori più gravi – che pure, ogni tanto e giustamente, le sfuggivano. Adesso che sono cresciuta e che ho sviluppato una certa sensibilità d’orecchio e una particolare accortezza dovuta ai miei studi, mi rendo conto delle interferenze, degli ipercorrettismi e degli stadi evolutivi dei termini del suo lessico, ed è, per me, una continua ed emozionante scoperta.

 

Fine prima parte

 

¹ Solo quelli che stavano nello “stradone” (in riferimento a Corso Umberto, la strada principale che attraversa tutto il paesino);
² “Tumolo”, antica unità di misura di superficie agraria, equivaleva a un certo numero di metri quadrati di terreno a seconda della provincia in cui ci si trovava: in provincia di Palermo corrispondeva più o meno a 1.394 m²;
³ «Quando c’era la carestia, tutti i coltivatori diretti si mettevano in strada e si passavano di mano in mano il crocifisso, lo chiamavano Crocifisso del miracolo: si passavano questo crocifisso lungo tutte le piccole strade e prima che ritornava alla chiesa (di partenza) a Ficarazzi (il paese ha due punti di riferimento rappresentati da due chiese, e si considerava diviso in Ficarazzi e Ficarazzelli) iniziava a piovere. Io me lo ricordo sin da quando ero bambina»;
⁴ Solo una strada;
⁵ Trasportare cesti e raccogliere frutti;
⁶ Lei era appassionata di libri e glieli portavano, lo sai, con la carrozza;
⁷ Perché allora la scuola media mica era come adesso, prima si studiava seriamente.


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7 pensieri riguardo “Autobiografia linguistica: alberi genealogici

  1. Interessante fare lo studio delle genealogie. E’ una delle toerie di cura e rigenerazione su cui Jodorowsky ha scritto un trattato molto vasto. Saluti. Fritz.

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    1. È davvero interessantissimo, soprattutto quando si “opera” sul proprio vissuto!

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      1. Non so se ti è capitato di leggere o consultare questo libro che segnalavo ieri. Ci sono parecchi spunti interessanti.

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        1. No, non l’ho mai letto, ne ho soltanto sentito parlare, infatti è un ottimo consiglio che seguirò 😊

        2. Io ho terminato di leggerlo due settimane fa. Avevo voglia di scriverne una recensione sul mio blog. Dato che è un argomento vasto mi sto prendendo del tempo. Leggendo il tuo post mi accorgo che ti hai portato già avanti un lavoro importante sul tema. Chapeau!

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        3. È stato molto bello e stimolante, sono felice tu abbia apprezzato questo lavoro (che rimane comunque “in superficie”). Leggerò volentieri la tua recensione!

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        4. Ok, ti avviso quando ho completato il post. E data la tua esperienza diretta, una tua critica sarà molto più che ben accetta 😉

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