Autobiografia linguistica: radici profonde

Il linguaggio è così il linguaggio dell’essere
come le nuvole sono le nuvole del cielo.
MARTIN HEIDEGGER

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Dicevo delle storie del paese. Delle leggende, di quei racconti radicati nella terra e nella cultura locale tramandati di generazione in generazione che pian piano, un po’ alla volta, rischiano di essere dimenticati. Prima di qualche tempo fa, per esempio, non conoscevo mica la storia del Crocifisso del miracolo, quello che i “castellani” di Palazzo Giardina hanno scovato dietro la chiesa di Sant’Atanasio, poi fatta ingrandire proprio per via di questo Crocifisso che agghiuinnava fuora¹ tutte le mattine nonostante fosse stato precedentemente portato all’altare; o la storia sulla chiesa dei Patellaro e della loro bambina morta tragicamente dentro il pozzo dove aveva visto, si dice, una scarpetta d’oro luccicante.

La festa dell’Immacolata è particolarmente sentita in paese, e importante è anche l’antica tradizione dei Personaggi, per la quale i paesani ogni anno sono chiamati a rappresentare, recitando, la passione di Cristo, ciascuno col suo ruolo e con i suoi costumi. Da questa occasione potevano anche nascere delle ‘nciurie (nomignoli), come quella attribuita alla famiglia di mia nonna, detta i muonachi proprio perché il nonno Vincenzo aveva recitato la parte del monaco, una volta. Le “ingiurie” ficarazzesi sono quasi tutte colorite ed interessanti – basti pensare agli irriverenti tiesta fraricia² o culu vasciu³, e se la maggior parte derivano da mestieri, anche antichi (vedi Annicchia a scarpara⁴, soprannominata così per via del lavoro del padre), in altri casi potevano nascere anche da frasi idiomatiche o espressioni ricorrenti, come è successo allo zio della nonna, Pippinu detto u signuruzzu perché era solito dire “Signuruzzu, aiutami!” quando iucava a monetine cu l’avutri picciuotti⁵.

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Io bambina insieme a mia madre e mio nonno Nino

La scuola non mi ha aiutata particolarmente ad apprendere, apprezzare e valorizzare il mio patrimonio linguistico dialettale e tutto ciò che esso comportava: anzi, credo che abbia attuato una sorta di piano repressivo, almeno quando frequentavo le scuole elementari e medie, confinando il dialetto nella categoria delle “espressioni volgari” e, soprattutto, non adatte al contesto scolastico. D’altronde le uniche influenze in tal senso erano quelle dei miei compagni di classe scanazzati⁶ che utilizzavano il dialetto soltanto per insultarsi e per enfatizzare le parolacce appena apprese.

La mia prima canzone in dialetto l’ho sentita e imparata in primina, e c’è voluto un po’ prima che riuscissi a comprendere il significato di “Ciuri ciuri, ciuri di tuttu l’annu, l’amuri ca mi rasti ti lu tornu”⁷ e prima che riuscissi a cantarla senza sentirmi strana: per la prima volta ebbi l’impressione che il dialetto non fosse necessariamente volgare, ma sicuramente musicale. Tuttavia ho dovuto aspettare altri otto anni prima di ricevere ulteriori stimoli sui banchi di scuola. Un impulso fondamentale mi è stato dato dalla professoressa di lettere del liceo, che veniva spesso in classe armata di stereo e cd. Fra brani di De André e testi di Giovanni Meli, ho capito che quel senso musicale che tanto amavo non era una semplice impressione, poteva e doveva essere oggettivamente apprezzato, che bisognava valorizzarlo, che le parole non potevano essere scritte, dette, scelte a caso, in nessuna lingua e in nessun dialetto. Nella mia prospettiva di quasi adulta, il dialetto siciliano era diventato una lingua gentile, ancora più armoniosa, forse, di quella italiana, e dunque poteva essere utilizzata con criterio, studiata come studiavo l’italiano. Una rivelazione.

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La mia bisnonna Adriana, simbolo delle mie origini recuperate

Perché mi ero sentita così a disagio di fronte all’eventualità di confrontarmici, di accoglierla e capirla? Perché mi hanno permesso di restare estranea così a lungo ai suoi misteri? Ascoltare e comprendere passivamente qualche parola nel corso della vita non ha niente a che fare con la competenza attiva che mi mancava completamente. Ormai ero entrata nell’ottica che le potenzialità del dialetto fossero le stesse dell’italiano e fossero mie: le sue costruzioni sono tutte ricche di storia e di storie, variopinte, espressive e puntuali, con quei modi di dire spesso intraducibili; basta solo farle funzionare bene, adorarle anche quando appaiono politicamente scorrette – l’espressività e la schiettezza del mio dialetto non vanno di pari passo col politically correct!

Quando, ormai all’università, mi sono approcciata per la prima volta alla linguistica generale, il mio piccolo universo di consapevolezza si è nutrito abbondantemente, sia dal punto di vista delle lingue in generale, sia per quanto riguarda l’italiano ed il dialetto. Una volta studiato proprio il dialetto siciliano, grazie alla materia di linguistica italiana, tutta la ricchezza della lingua del mio paese mi è parsa chiara ed evidente come non mai. Quante influenze, quante commistioni, quante trasformazioni nel corso dei secoli su sostrati antichi eppure sempre presenti!

Mi affascinano tuttora le teorie dedotte dai più importanti linguisti, le paretimologie e i cambiamenti formali o semantici delle parole, i processi di grammaticalizzazione e di lessicalizzazione, e ogni tanto mi diverto ad indagarli. Con la successiva scoperta della ricerca antropologica, tutti questi aspetti si sono compenetrati per farmi sentire assetata di conoscenza a tutto tondo, per quanto concerne la sfera sociale. Ed ecco che ho percepito di nuovo e più forte quel senso di vuoto guardando al mio retroscena sociale e culturale, quella mancanza che provo a colmare in parte ogni giorno grazie alle chiacchierate con i miei nonni, con mia madre e gli zii. Ed è bellissimo, oggi, anche solo chiudere gli occhi, nel bel mezzo del racconto sui pomodori fatti essiccare supra i maìddi⁸, e rievocare per un attimo l’atmosfera genuina della mia riscoperta lingua madre, sulle note dei carrettieri che, trasportando le merci o Scaru, di notte cantavano: “Palermu veru bellu, comu nu giardinellu; i cantaturi cantanu quannu tramunta u suli”¹⁰.

Fine terza parte

 

¹ Faceva giorno fuori, let.: nonostante venisse portato dentro la chiesa, la mattina dopo il crocifisso veniva trovato di nuovo nello stesso punto della campagna da cui era stato raccolto. Questo evento misterioso andò avanti per giorni e alla fine si decise di ingrandire la chiesa per annettere quella porzione di terreno. Da quel momento il crocifisso non si è più mosso dall’altare;
² Testa fradicia, let.;
³ Sedere basso, let.;
⁴ Annetta la scarpara; -cchia è un suffisso poco utilizzato oggi;
⁵ Giocava con le monetine con gli altri ragazzi, let.: mia nonna non ricorda precisamente se il gioco fosse “testa o croce” o altro;
⁶ Poco di buono, let., solitamente utilizzato in termine dispregiativo per indicare persone dai modi sgarbati, maleducate, dal linguaggio perennemente scurrile;
⁷ «Fiore fiore, fiore di tutto l’anno, l’amore che mi hai dato te lo restituisco», canzone popolare siciliana molto famosa il cui autore è sconosciuto;
⁸ Sopra le madie;
⁹ Allo “Scaro”, il mercato ortofrutticolo di Palermo, uno dei più significativi dell’isola;
¹⁰ «Palermo davvero bella, come un piccolo giardino; i cantori cantano quando tramonta il sole», versione alterata cantata da mia nonna (probabilmente per via dell’ascolto fatto da bambina, o perché semplicemente veniva tramandata così) dell’originale canzone napoletana di Pino Marchese, che recitava così: «Palermo ‘ò ver’è bell comm’a nu ciardiniello; jì quant’addore mannan’o sti rose ‘e ‘stì viole; ‘a luna ‘e stelle stelle cantano quanno tramont’o sole».

2 pensieri riguardo “Autobiografia linguistica: radici profonde

  1. Che belle. Le foto…. Mi fanno sempre commuovere…

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    1. Anche a me ❤️ E mi piace tanto andarle a ripescare negli album!

      Piace a 1 persona

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